Dalle radici al ritorno. Con lo jure sanguinis riaprire al ritorno degli italo-discendenti

“Riaprire lo iure sanguinis per chi sceglie di vivere nei piccoli Comuni”: l’appello del Sindaco di Lago (CS), Enzo Scanga – al Governo e al Parlamento

Se ne parla da anni. Da una parte il turismo delle radici, che riporta in Italia migliaia di italo-discendenti alla scoperta dei luoghi dei propri avi. Dall’altra lo spopolamento dei piccoli Comuni, che ogni anno perdono abitanti. Due fenomeni raccontati spesso separatamente. Oggi si propone di unirli in un’unica soluzione.
Un legame di sangue può tornare a essere un legame di vita. È questa l’idea di “Dalle Radici al Ritorno”, la proposta lanciata dal Sindaco di Lago (CS), rivolta a tutti i sindaci dei piccoli Comuni italiani, con la quale si chiede a Governo e Parlamento di aprire un canale speciale nello iure sanguinis per gli italo-discendenti che scelgono di trasferirsi per un periodo lungo in un Comune con meno di 5.000 abitanti.
“L’Italia dei piccoli borghi si sta lentamente svuotando, mentre fuori dai nostri confini vivono milioni di persone che portano ancora cognomi italiani e un legame profondo con i paesi dei loro nonni e bisnonni”, dichiara il Sindaco di Lago. “Abbiamo da una parte territori che cercano nuovi abitanti, dall’altra una comunità nel mondo che cerca le proprie radici. È arrivato il momento di mettere in relazione queste due realtà”.
La riforma del 2025 e il paradosso da risolvere
Con il decreto-legge n. 36/2025, convertito nella legge n. 74/2025, il legislatore ha introdotto criteri più stringenti per il riconoscimento della cittadinanza italiana per discendenza. Una scelta che rischia di chiudere una porta importante proprio ai territori che avrebbero più bisogno di riaprirla.
“Non chiediamo di tornare indietro senza condizioni”, “Chiediamo che, per chi sceglie davvero di vivere in uno dei nostri piccoli Comuni, lo Stato preveda un percorso speciale, sperimentale e controllato, che recuperi i criteri della disciplina precedente alla riforma del 2025, ma solo a fronte di un impegno reale, cioè quello di trasferirsi, restare, integrarsi, contribuire”.
Un fenomeno già sperimentato, non un’ipotesi
Non si tratta di immaginare uno scenario nuovo. Molti Comuni italiani hanno già conosciuto, negli anni precedenti alla riforma del 2025, l’arrivo di cittadini di origine italiana provenienti dall’estero – spesso giovani, spesso intere famiglie – proprio per il percorso di riconoscimento della cittadinanza iure sanguinis. Durante la loro permanenza, queste persone hanno abitato case, frequentato le attività commerciali e partecipato alla vita sociale ed economica delle comunità, portando presenza e vitalità in territori segnati da anni di progressivo spopolamento. Non si propone dunque un esperimento nel vuoto, ma la possibilità di strutturare e rendere permanente qualcosa che i piccoli Comuni hanno già vissuto sul campo.
Il cuore della proposta: cittadinanza legata al ritorno effettivo
La proposta – già formalizzata in un documento e sottoposta a Governo e Parlamento – chiede l’introduzione di una disciplina speciale dello iure sanguinis riservata ai Comuni italiani fino a 5.000 abitanti, subordinata a requisiti rigorosi:
● origine italiana documentata;
● trasferimento effettivo di residenza e dimora abituale nel piccolo Comune;
● permanenza certificata sul territorio, per un periodo di almeno 12 mesi;
● conoscenza della lingua italiana, anche attraverso corsi organizzati direttamente dai Comuni;
● integrazione reale nella vita sociale, lavorativa o familiare della comunità;
● verifiche amministrative contro trasferimenti fittizi e rispetto dei requisiti di sicurezza e legalità.

“Non è una cittadinanza più facile, è una cittadinanza più vera”. “Non vogliamo che sia un semplice passaporto, ma un momento di vita dentro una comunità. Chi torna non riceve solo un documento. Torna ad abitare le nostre case, a parlare la lingua dei nonni, a veder crescere bambini nelle nostre scuole, a investire e lavorare nei nostri paesi”.
Una sperimentazione, non una riforma generale
Con la presente proposta si chiede che la misura venga introdotta in via sperimentale per tre anni, riservata ai Comuni sotto i 5.000 abitanti che vi aderiscano su base volontaria, con un numero massimo di partecipanti stabilito annualmente ed eventualmente ripartito su base regionale. A garanzia della sostenibilità amministrativa dell’intero percorso, si chiede inoltre l’attivazione di una piattaforma digitale unica, gestita a livello nazionale, che si occupi della verifica genealogica, del rapporto con Consolati e Ambasciate e del monitoraggio delle residenze, così da non far ricadere l’onere unicamente sugli uffici dei piccoli Comuni.
L’appello ai sindaci italiani
Il documento “Dalle Radici al Ritorno” è stato già formalmente trasmesso alla Consulta Nazionale ANCI Piccoli Comuni, ad ANCI Calabria e al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, affinché possa essere esaminato, approfondito e se ritenuto meritevole, arricchito attraverso il contributo delle istituzioni e degli amministratori dei piccoli Comuni.
La proposta non nasce, infatti, come un testo definitivo, ma come una base di confronto aperta a integrazioni e rettifiche, con l’obiettivo di costruire attorno a questa idea una più ampia condivisione istituzionale per, arrivare alla definizione di una proposta da sottoporre agli organi competenti.
Parallelamente è aperta all’adesione dei Sindaci dei piccoli Comuni italiani, affinché un tema che nasce dall’esperienza dei territori possa diventare oggetto di un confronto nazionale.

Enzo Scanga – Sindaco di Lago (CS)

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